Le Rame di Napoli – racconti golosi dal Regno delle Due Sicilie.

Le Rame di Napoli, durante i giorni che precedono la festività dei defunti, hanno un posto d’onore nelle case e nelle vetrine delle pasticcerie siciliane.
Con il loro profumo speziato, l’aroma di chiodo di garofano e la glassa di croccante cioccolato, ci riportano con il cuore (e la pancia) alle nostre tradizioni.

Perchè “Rame di Napoli”?

Mi sono sempre chiesta perchè, trattandosi di una specialità tipicamente siciliana, si chiamino “Rame di Napoli”. 
Così, in preda ad un pizzico di campanilismo, sono andata alla ricerca delle origini di questo popolare dolce della tradizione.

Esistono diverse ricostruzioni storiche sull’origine delle Rame di Napoli ma quella più verosimile ed accreditata ci riporta al 1815, anno in cui Re Ferdinando I di Borbone unificò il Regno di Sicilia ed il Regno di Napoli sotto il nome di Regno delle Due Sicilie. 
Si narra che proprio a seguito dell’unificazione del regno, fu coniata a Napoli una nuova moneta di rame e che un pasticcere Catanese, a celebrazione del nuovo conio, inventò un dolce che richiamasse la forma della moneta. 
Da qui il nome “Rame (= moneta in rame) di Napoli”.

Originariamente, la preparazione del dolce avveniva riutilizzando resti di altri dolci, con l’aggiunta del chiodo di garofano e della marmellata di arance.
Oggi le vetrine delle pasticcerie ci offrono le classiche “Rame di Napoli” alla marmellata di arance, ma ci propongono anche una vasta gamma di altri gusti, dalla Nutella alla zuccata, dal biscotto semplice alla variante al pistacchio.

Le “Rame di Napoli” ed il culto dei morti.

In Sicilia la “festa dei morti” ha sempre rappresentato una tappa annuale essenziale nella crescita dei bambini.
Nella notte tra l’1 ed il 2 Novembre, si racconta che i “morti” della famiglia, vengano di nascosto a far visita ai bambini, portando in dono dolci e giocattoli.
Al contrario di quanto possa credersi, non vi è nulla di spaventoso e traumatico in questa tradizione.
Come disse Camilleri, infatti:


“Non fantasmi col linzòlo bianco e con lo scrùscio di catene, si badi bene, non quelli che fanno spavento, ma tali e quali si vedevano nelle fotografie esposte in salotto, consunti, il mezzo sorriso d’occasione stampato sulla faccia, il vestito buono stirato a regola d’arte, non facevano nessuna differenza coi vivi.”

Andrea Camilleri

Alla mattina del 2 novembre, i morti avranno lasciato il “tabarè” ( dal franc.,: “vassoio”) ben incartato e pieno di dolci tipici della festività: prime tra tutti le Rame di Napoli, insieme ai bersaglieri, ed alle ossa di morto.
Aperti tutti i regali e sazi di dolcetti, i bambini insieme ai genitori si recano al cimitero a ringraziare (e ricordare) i morti per i loro regali.

Un dolce che parla chiaramente di tradizione, di famiglia, di ricordi e di un bagaglio culturale ed affettivo tramandandolo di generazione in generazione.
Un dolce che ci dice “Novembre” ma nel cui eco senti già “Natale”.

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